L'ultima domanda venne posta per la prima volta, quasi per scherzo, il 21 maggio 2061, in un momento in cui l'umanità cominciava a intravedere finalmente un po' di luce...
Lacrime e tennis
di Marco Lombardo (da <Il Giornale> di oggi)
Si può piangere ancora. Anche con in mano il settimo trofeo di un Grande Slam, anche dopo aver vinto una finale che non si poteva perdere, anche sapendo di essere il numero uno del tennis, presente e forse passato. Piange ancora Roger Federer che ha conquistato l’Open d’Australia battendo in quattro set la sorpresa cipriota Marcos Baghdatis, faticando all’inizio quando il punteggio - 7-5, 2-0 e palla per il 3-0 per il suo avversario - lo faceva «sudare come un pazzo». E piange come fosse la prima volta, quella del primo Wimbledon, senza trovare le parole al microfono per ringraziare tutti, gli Dei del tennis, la fidanzata Mirka, il coach Tony Roche e la leggenda Rod Laver che lo ha abbracciato e premiato, consegnandogli definitivamente il testimone della storia. Lo stesso Laver, l’ultimo a fare Grande Slam nel 1969, a cui Roger non aveva ancora rivolto la parola fino a giovedì scorso, quando è stato organizzato un incontro tra i due numeri uno. Perché nella precedente occasione, un viaggio nella stessa macchina dallo stadio all’hotel, Federer era rimasto in disparte e zitto «per una questione di rispetto».
Non sapeva cosa dire lo svizzero, il Guglielmo Tell del tennis che non sbaglia mai mira, dopo aver raggiunto l’ennesimo record della sua straordinaria carriera di campione solitario: quello di Melbourne è il terzo Slam consecutivo, il ruolino di un certo Pete Sampras che dieci anni fa - agli stessi 24 anni e mezzo di Federer cioè - aveva anche lui già portato a casa sette successi nei tornei maggiori. Ricorsi del tennis.E le lacrime, quelle di Roger, non erano finte «ma di sollievo» - come dirà poi ritrovando la parola - perché la finale non è stata una passeggiata, perché il torneo non è stato facile, perché - è questa è la brutta notizia per gli altri - a Melbourne non si è visto il Federer migliore. Eppure ha vinto lo stesso. Dunque è finita come da pronostico, «eppure me la sono vista brutta, ad un certo punto ho pensato anche che avrei potuto perdere perché Marcos giocava benissimo. Solo nel quarto set, quando ho visto che ha chiamato il massaggiatore perché aveva i crampi, ho capito che era fatta. Ma all’inizio ho sentito tanta pressione. Sapete, sono umano anch’io».
Così adesso non resta che consultare gli almanacchi, recitare statistiche, giocare con i paragoni della storia, perché in campo - come ha detto il tedesco Kiefer, l’avversario sconfitto in semifinale - «noi giochiamo a tennis, lui sta su un altro pianeta». Roger incassa i complimenti con la solita modestia, anche se comincia a pensare che forse non è più il caso di negare l’evidenza: «Be’, certo, sto cominciando a lasciare alcuni degli idoli della mia giovinezza dietro di me, e questo significa qualcosa. Però gente come Becker ed Edberg resteranno i miei idoli per sempre. E poi Laver, lui qui ha uno stadio che porta il suo nome, io non penso che avrò mai un onore del genere. Magari in Svizzera, ma non in un impianto del Grande Slam». Che pure Federer sta pianificando - il Grande Slam, non l’impianto -, perché se Wimbledon è sempre il suo torneo di casa, se agli Us Open si potrà ripetere, il vero obiettivo è trionfare a Parigi, la vera sfida del 2006, quella del numero uno contro tutti: «Ci sto pensando, spero di arrivare al Roland Garros più in forma di adesso. Ma non credo di dover cambiare molto del mio gioco, già l’anno scorso ero andato bene. Mancano particolari, solo particolari». Lo pensa anche Rod Laver, il mito, asciugando le lacrime di Federer: «Per lui l’età non sarà un problema. Con il suo modo di giocare potrà continuare a dominare il tennis fino a 32-33 anni». Come dire: poi alla fine a piangere saranno sempre gli altri.
La più donna
di Marco Lombardo (da <Il Giornale> di oggi)
«Non importa in che modo». Già, non importa se Amelie Mauresmo corona il sogno di una vita - vincere un torneo del Grande Slam - sollevando il trofeo degli Open d’Australia dopo il ritiro di tre avversarie, la Krajicek al terzo turno, la Clijsters in semifinale e la Henin nella partita decisiva. Già, non importa se Amelie Mauresmo sarebbe stata «pronta a morire sul campo» e invece la sua avversaria non l’ha fatto abbandonando la battaglia sul 6-1, 2-0 con i crampi allo stomaco e lasciando il dubbio che sarebbe potuta finire in modo diverso. Insomma, non importa se Amelie ha vinto un po’ così perché lei, la ragazza che sembrava perennemente vittima delle sue paure tennistiche e no, ora è una donna diversa e non certo perché a un certo punto ha detto al mondo quello che tutti già sospettavano: «Sì, ho una fidanzata». In quel momento Amelie si è liberata dei suoi fantasmi ed è diventata quella che oggi solleva il trofeo e dice orgogliosa: «C’è voluto del tempo, ma ora ho compiuto il mio percorso».
Amelie Mauresmo, sembrava così dura eppure era così fragile. Ma adesso è davvero una numero uno del tennis, anche se la classifica domani la metterà al numero due. Lo è stata - numero uno per la classifica - per cinque settimane nel 2004, ma allora era una semplice combinazione matematica. Mentre adesso, a 26 anni, sa che sono le altre ad avere paura di lei, della sua maturazione, delle sue nuove sicurezze. È accaduto a Melbourne, perché quasi sicuramente sarebbe finita così anche senza ritiri, perché lei sarebbe stata pronta a morire sul campo, lo dice «senza far polemica» con la sua avversaria ma con un pizzico di gusto: «Era il mio giorno, lo sentivo. Ho giocato un grande tennis, ho dominato, la soddisfazione è comunque grande, nessuno me la può togliere».
Festeggerà a vino rosso, lei che ha una cantina in casa ed è una vera e propria sommelier. Bordeaux prego, specialmente il Mouton Rothschild, con gli auguri di Chirac arrivati da Parigi: «Grazie a te la Francia è tornata a dominare il tennis». Già, perché la Mauresmo aveva appena vinto anche la Fed Cup - la coppa Davis femminile - ed ora ecco l’Australia, il trofeo, il trionfo: «Tutti i tasselli del puzzle sono andati finalmente a posto». Il tennis femminile dunque ritrova una regina, orfano delle Williams, costretto a rivedere in campo la Hingis, con la Cljisters e la Henin ormai così fragili, la Davenport al tramonto e la Sharapova che sembra aver consegnato la testa ai dollari della moda. Il tennis femminile si consegna alla Mauresmo insomma, che forse esagera dicendo di voler fare il Grande Slam, ma sa che adesso sarà più dura, ma per le altre. Perché lei ora è diversa: «Oggi sono la più orgogliosa delle donne».
Sognando Melbourne
di Marco Lombardo (da <Il Giornale> di oggi)
«È incredibile». L’ultima volta che qualcuno disse la stessa cosa su un campo da tennis era il 1980, era Wimbledon, era Bjorn Borg che scuoteva la testa dopo aver battutto McEnroe, perché non poteva credere che qualcuno lo avesse portato fino al quinto set per cedere solo 8-6. Per SuperMac fu l’inizio della storia. «È incredibile»: la faccia di David Nalbandian ieri a Melbourne era più o meno la stessa di Borg, con la differenza che lui aveva appena perso davanti ad un cipriota, praticamente l’unico tennista di un Paese che non arriva ad avere dieci campi su cui giocare. Il cipriota in questione è Marcos Baghdatis, il primo finalista degli Australian Open, uno che in fondo è stato numero uno tra gli juniores, uno che a Melbourne ha già vinto il titolo tra i giovani, uno che - con le dovute cautele, per carità - assomiglia tanto a Roger Federer, perché fantasioso, perché diverte e si diverte, perché è educato in campo e fuori.
«È incredibile», l’ha detto ieri anche Marcos Baghdatis dopo aver recuperato due set a Nalbandian, dopo aver disputato il match più incredibile della sua carriera finendo in ginocchio, in lacrime e senza parole quando sul tabellone lampeggiava l’impensabile punteggio: 3-6, 5-7, 6-3, 6-4, 6-4. Una partita - questa sì - incredibile, fermata addirittura nell’ultimo game dalla pioggia che ha costretto gli organizzatori a sospendere il gioco 25 minuti per chiudere il tetto della Rod Laver Arena. Ripreso il match, è finito tutto in un attimo: «Non so proprio cosa dire - ha detto Baghdatis dopo l’ultimo ace -, ho giocato un tennis incredibile. Come ho fatto? Non ho pensato, ho semplicemente giocato».
Così adesso, alla sua prima volta nelle finali dei Grandi, Marcos ha dato ragione a papà Christos, che prima l’ha buttato in quella decina di campi («Anzi, no. Non sono più di otto») per spedirlo poi a Parigi quando aveva 13 anni: «Io volevo fare il calciatore. Ma lui andava pazzo per le racchette». A Cipro Baghdatis ha lasciato la famiglia e un fratello maggiore che oggi fa il maestro di tennis e il suo compagno di doppio in coppa Davis. A Parigi invece Marcos ha trovato rifugio come ragazzo alla pari in una famiglia che lo ha praticamente adottato e dove lui - appena va in Francia - risiede ancora. In Australia il problema più grande è stato quello di abituare Cipro e i suoi tifosi al tennis: «Qui a Melbourne c’è un piccolo gruppo di fan che mi ha adottato: ci sono ciprioti e greci. Ma loro conoscevano solo il calcio, il tennis l’hanno scoperto solo perché ci sono io». Così, prima della sfida vinta con Roddick negli ottavi di finale Marcos li ha presi da parte ha regalato loro qualche biglietto e ha spiegato le regole: «E soprattutto ho insegnato loro a non gridare durante gli scambi». Obbiettivo raggiunto. La curva è rumorosa ma educata e Cipro ha scoperto di avere un nuovo eroe nazionale, uno da finale dello Slam: «Adesso posso sognare di vincere questo torneo. Anzi, ora ci conto: ce la posso fare, davvero». Certo, magari contro Federer. Talmente incredibile che potrebbe succedere davvero.
Il nuovo Walt
di Marco Lombardo (da <Il Giornale> di oggi)
Il successo nella vita è guadagnare un dollaro di stipendio e rifiutare il posto di presidente della Walt Disney Company. Ma Steve P. Jobs è fatto così: una poltrona non vale la libertà, a nessun prezzo. Steve P. Jobs ovviamente non è povero, anzi: è il Ceo, il «chief executive officer», il capo assoluto insomma, della Apple Computer e della Pixar, le società simbolo dell’era digitale. Jobs povero lo è stato quando da piccolo fu dato in adozione e invece di finire nella casa di un avvocato venne infilato in quella di due operai: eppure, nel garage di quella casa, inventò un computer e ci mise una mela sbeccata sopra, costruì dal nulla la sua fortuna. Apple, appunto, la mela tecnologica che fu sua e che poi riconquistò dopo esserne stato cacciato per portarla a diventare il simbolo della generazione iPod. E Pixar appunto - questa è la cronaca -, la società di animazione digitale che solo due anni dopo aver rotto il contratto di collaborazione con la Disney proprio dalla Disney è stata adesso acquistata in un affare da 7 miliardi e mezzo di dollari che sta stravolgendo Wall Street. Con tanto di tappeto rosso, perché Jobs diventerà il maggior azionista singolo della compagnia e perché i due geni creativi della Pixar - Ed Catmull e John Lassiter - diventeranno i padroni assoluti dello studio di cartoons più famoso al mondo: «Mentre consideravo la possibilità di far ritornare l’animazione Disney alla grandezza di una volta - ha detto l’amministratore delegato di Casa Topolino Robert Iger - mi è stato subito chiaro che era essenziale mantenere una relazione con Pixar». Se non è una resa, poco ci manca.
Steve P. Jobs ha fatto insomma l’ennesima magia, l’America è ai suoi piedi, il New York Times lo ha definito il «Walt Disney del terzo Millennio» perché anche se lui disegna solo affari con un clic del computer, non è un caso che Toy Story, Nemo e Gli Incredibili - tre prodotti della casa di computer grafica che acquistò vent’anni fa da George Lucas - oggi siano pezzi della storia dei cartoni animati, con tanto di incassi a sei zeri. Tutto frutto di una piccola follia, di una visione nata in quel modesto garage, dell’Idea che un giorno non lontano il mondo comune e quello degli affari avrebbero avuto a che fare con un elettrodomestico mai inventato prima. Tutto frutto del senso degli affari di Jobs che - dicono i maligni - si è appropriato dell’ingegno del cofondatore di Apple Steve Wozniak allora, così come della creatività di Catmull e Lassiter adesso, per trasformare il tutto in una macchina sfornadollari. Dimenticando però - i maligni - che neanche Walt Disney inventò davvero Topolino. Steve P. Jobs ha insomma scommesso ancora portando a casa l’ennesima rivincita su chi non sopporta il suo modo affascinante di fare business, la sua parlantina ammaliante che incanta alla presentazione dei gioielli firmati Apple, con foto, immagini e parole che contrastano il suo look minimal - dolcevita nero e jeans -, quello dell’uomo che non deve apparire per essere un vero uomo. Un’icona del mondo americano, tanto feroce quanto riconoscente con chi lavora per lui, maniaco della segretezza a tutti costi tanto da far partire licenziamenti immediati al minimo sospetto di tradimento aziendale, esaltato dall’immagine, quella che conquista gli occhi con i suoi computer e quella dei cartoni animati che da quella macchine escono.
È una filosofia, una scelta, una missione: Jobs non ama che si parli di lui e rilascia interviste col contagocce a meno che - all’ultimo momento - non decida di cambiare idea anche in quelle poche occasioni. È successo, succederà ancora. In fondo quello produce parla per lui, anche se oggi che ha 50 anni e dopo un cancro dal quale è uscito vivo per miracolo, si è lasciato andare per una volta in un discorso all’Università di Stanford che - qualcuno dice - misteriosamente circola ancora su internet ad un anno di distanza. Ma forse non è un caso: l’uomo che è riuscito a togliere dagli scaffali d’America una sua biografia non autorizzata, ha voluto per una volta raccontare la sua storia, quella dal garage al successo. Ecco allora Apple, cioè il primo computer MacIntosh, nato negli anni ’70 «dalla passione per la calligrafia e per l’eleganza. E dal fatto che dovevo ripagare gli sforzi per farmi studiare dei miei genitori adottivi». Ecco l’incontro con John Sculley, l’uomo che vendeva Pepsi Cola e che un giorno - diventato padrone di Apple -, lo fece fuori ammettendo poi però di aver cacciato «la persona sbagliata». Poi il ritorno alla società che aveva fondato, dove i dipendenti scappavano negli ascensori per paura di sentirsi dire «tu sei fuori». Ma prima, appunto, l’affare con Lucas, l’acquisto della divisione grafica del creatore di «Guerre Stellari» che diventerà Pixar, la filosofia dell’immagine. Business, insomma, ma creativo.
Steve P. Jobs ha scommesso e ha vinto, è diventato l’uomo del Duemila perché è il terzo millennio a celebrare le sue intuizioni. Non è stato lui a scoprire i lettori di musica digitale, eppure oggi nel mondo 41 milioni di persone possiedono un iPod, il juke-box portatile di Apple, e se isoliamo il mondo occidentale la percentuale si avvicinerà presto pericolosamente al cento per cento. Non è lui - ma il suo carissimo nemico Bill Gates - ad essere riconosciuto come il papà dei computer, eppure negli ultimi tre anni Jobs ha quadruplicato il valore in Borsa dell’azione della Mela con bilanci record e, secondo gli analisti, siamo solo all’inizio. Non è stato lui a inventare i cartoni animati, ma se oggi la Disney acquista la Pixar si può tranquillamente dire che il mondo è andato alla rovescia perché in realtà è la Pixar a conquistare la Disney. Intanto Steve P. Jobs continua a guadagnare un dollaro di stipendio - dividendi esclusi - e non ha bisogno di una poltrona da presidente per sentirsi più forte. Lui ha già vinto «perché da quando ho conosciuto la morte so che è questa la più grande invenzione: ti fa gustare la vita». È questa la filosofia del nuovo Disney. Probabilmente approverebbe anche Walt.
Lo Zeman fatto in casa
di Stefano Olivari (www.indiscreto.it)
Senza passione il calcio è uno sport ridicolo e in sostanza inguardabile: ce ne rendiamo conto anche noi che lo adoriamo e che ci stiamo trascinando stancamente verso la tripletta Egitto-Marocco, Lazio-Inter e Arsenal-Wigan, con una mezzora di sovrapposizione nella quale ci perderemo come al solito tutto. Per questo su certi personaggi siamo fissati: che Zdenek Zeman non possa lavorare, perché a Lecce la società (una società seria, fra l'altro) era invidiosa della sua immagine e qualche calciatore credeva di essere Garrincha risorto, e a Parma veti politici cialtronissimi vogliono mettere in mano la squadra ad uno che nonostante il passato (ma si può presiedere il Real anche avendo le pezze sul culo, in teoria) ha meno soldi del nostro dentista, è un vero scandalo. E il bello, si fa per dire, che i Semeraro dopo di lui non hanno chiamato tre mestieranti, di quelli abituati a mettere, grazie all'esperienza. toppe a situazioni disperate (gente alla Sonetti, per dire), ma costruttori di squadre. Gregucci si era presentato annunciando che avrebbe giocato con tre centrocampisti e due mezzepunte dietro a Vucinic: se non il 4-3-3 zemaniano, poco ci mancava. 'Pieraccioni' (è uguale...) Baldini, prima di entrare in questo tunnel di esoneri (Palermo e Parma, prima di Lecce) era considerato un superemergente, con un futuro in una grande: in fin dei conti ha fatto bene solo a Empoli e nella C toscana (discreti comunque il suo Chievo e il suo Brescia), ma di sicuro rientra nello stereotipo del profeta. Adesso Roberto Rizzo, forse il miglior allenatore italiano di settore giovanile: non tanto per quello che ha vinto il Lecce negli ultimi anni (molto, in ogni caso), quanto per i talenti che ha sgrezzato (tipo Vucinic, Ledesma e Bojinov). Insomma, i Semeraro hanno cercato vari Zeman quando quello originale ce l'avevano in casa. E che la cacciata del boemo sia stata decisa con la loro testa è un'aggravante...
Un altro che se ne va
da Agenzia AdnKronos
Mario Lemieux si ritira. Il leggendario giocatore e azionista dei Pittsburgh Penguins, indotto lo scorso anno nella Hall of Fame dell'hockey ghiaccio, ha annunciato oggi il suo addio a causa di un'anomalia cardiaca diagnosticata lo scorso mese. Lemieux, 40 anni, nel 1997, a causa di problemi fisici, aveva deciso di lasciare l'hockey giocato per poi tornare suoi suoi passi e riprendere la carriera sul campo. Secondo l'emittente di Pittsburgh KDKA i medicinali che il fuoriclasse assume per guarire il battito cardiaco irregolare impedirebbero a Lemieux di continuare a giocare. Nel corso di una carriera lunghissima, iniziata nel 1984 e funestata da innumerevoli problemi di salute (nel 1993 fu colpito dal Morbo di Hodgkin), Lemieux ha portato i Penguins a vincere due volte la Stanley Cup ottenendo 6 riconoscimenti di miglior marcatore della NHL (690 gol e 1.033 assist in 915 partite giocate), 3 titoli MVP e 2 titoli MVP della Stanley Cup.
InSomma...
di Marco Lombardo
Il progetto era in pratica un sogno: affidare ad un allenatore sconosciuto una piccola realtà da far crescere. Così Mario Somma, l'uomo che allena usando un tavolo da Subbuteo, era stato preso dall'Empoli grazie ad un curriculum impressionante: nel 2002-2003 aveva guidato la Cavese in serie D chiudendo al primo posto con 24 vittorie, due pareggi e due sconfitte. Poi la stagione seguente l'ingaggio ad Arezzo, per la serie C2: fortuna vuole però che la squadra venga catapultata in C1 per guai di bilancio altrui e così Somma si ritrova un gradino più in su con una squadra da serie inferiore. Nessun problema: l'Arezzo viene promosso in serie B.
Ed ecco allora - è la stagione scorsa - l'Empoli, in B appunto che, partito per un campionato tranquillo, finisce per vincerlo. Serie A, il sogno, la classica favola da Gazzetta dello Sport: Mario Somma, lo sconosciuto, tra i Grandi del calcio. Poi com'è finita lo sapete, ieri Mario Somma è stato esonerato, perché nelle ultime partite ha fatto solo due punti e nonostante l'Empoli sia quattro punti più in su della zona retrocessione. La squadra non gira più, anche se non risulta che nella rosa dell'Empoli ci siano undici Ibrahimovic. La squadra non gioca più come prima e così l'Empoli decide di mandarlo via. E lui risponde: <Grazie lo stesso, è stato meraviglioso>. L'Empoli ora è allenato da Gigi Cagni. Con tutto il rispetto la conferma che il calcio non è più un sogno.
Il vendicatore
da Agenzia AdnKronos
«Ho pensato di tirare una bomba atomica su Sydney e di rapire mia figlia». Il tennis ha appena ritrovato Jelena Dokic, che prova a riconquistare un ruolo di primo piano nel circuito Wta. Il mondo della racchetta però deve fare i conti anche con il padre dell'atleta, Damir, probabilmente il personaggio più temuto dai circoli di tutto il mondo. Il signor Dokic non ha digerito la decisione di sua figlia, che ha scelto la nazionalità australiana e che, dopo quasi un anno di stop, ha deciso di ricominciare ad allenarsi nel paese dei canguri. «Gli australiani -ha detto in un'intervista al quotidiano serbo "Kurir"-, con l'aiuto della Croazia e del Vaticano, hanno sottoposto mia figlia al lavaggio del cervello. Ho anche pensato di lanciare un ordigno nucleare a Sydney quando Jelena è stata eliminata al primo turno, per colpa dell'Australia. Ho pensato di rapirla e ho anche pensato di uccidere un australiano per rappresaglia, ma non avrei risolto niente. La mia vendetta, comunque, arriverà». Le parole di Damir Dokic hanno fatto il giro del mondo e hanno fatto scalpore anchea Melbourne, dove è in corso l'Australian Open. Una radio di Melbourne è riuscita a contattare l'uomo, che ha parzialmente corretto il tiro. «Non ho parlato di bombe atomiche. Io non sono pazzo, i matti sono gli australiani: come fanno a servirti salsicce d'estate, con temperature di 40 gradi?». La colpa degli "aussie", però, è un'altra. «Hanno ingannato mia figlia. Ha perso al primo turno dell'Australian Open per un imbroglio. Stava dominando la partita (contro la francese Virginie Razzano, ndr), poi l'hanno fregata», ha aggiunto riferendosi ad una chiamata dubbia da parte del giudice di sedia. Il tormentato rapporto tra i Dokic e l'Australia è cominciato nel 1994: con i Balcani dilaniati dalla guerra, la famiglia originaria di Osijek si trasferì dall'altra parte del globo. La giovanissima Jelena ha cominciato la carriera professionistica nel 1998 con passaporto "aussie": l'idillio, però, si è interrotto bruscamente nel 2001 per colpa, ovviamente di Damir: dopo aver saputo che la figlia avrebbe dovuto affrontare la numero 1 del mondo, Lindsay Davenport, nel primo turno dell'Open, l'uomo ha fatto i bagagli e ha riportato la famiglia in Serbia. «Il sorteggio era truccato», continua a ripetere.. Jelena, dopo aver raggiunto il quarto posto nel ranking nel 2002, ha cominciato a perdere colpi. Per cominciare una nuova carriera, a 23 anni, ha deciso di troncare con il papà e di chiedere nuovamente il passaporto australiano. «Non parlo con lui da anni - ha fatto sapere la tennista in una nota - e non approvo nulla di quello che dice. Quest'ultimo episodio non fa che distrarmi dall'attività agonistica. Le sue minacce nei miei confronti non sono una novità, non permetterò che questi fatti mi condizionino. È tutta la vita che provo ad uscire da simili situazioni». Il curriculum del signor Dokic, in effetti, parla chiaro. Nel 1999 si presentò a Wimbledon ubriaco e avvolto nella bandiera britannica, blaterando frasi sulla regina Elisabetta e su Bill Clinton, all'epoca presidente degli Stati Uniti. Venne espulso dall'All England Club e il provvedimento venne applicato nuovamente nel 2000, quando distrusse il telefono di un giornalista. Cartellino rosso anche a Flushing Meadows dopo l'aggressione ad una cameriera: tutta colpa del salmone giudicato troppo costoso. La Wta in passato ha squalificato il genitore per 6 mesi da tutti i tornei, ora è pronta a tutelare Jelena: «Siamo preoccupati per il suo benessere e la sosterremo in ogni modo». Lui, però, non molla: «Prima o poi mi vendicherò».
Viva l'Italia
da Agenzia Ansa
Con 5 rappresentanti fra le 32 giocatrici ancora in gara, il gruppetto delle italiane è secondo soltanto a quello delle russe nella graduatoria per Nazioni all'Open d'Australia dopo il secondo turno del tabellone di singolare femminile. A conferma che l'Italia è diventata un'autentica potenza mondiale nel quadro del tennis in gonnella. Le russe hanno ancora la Kirilenko, la Kznetsova, la Sharapova, la Vesnina, la Petrova (tutte nella parte alta del tabellone) e la Myskina (in quella bassa). Le italiane sono due in alto (Santangelo e Camerin) e tre in basso (Pennetta, Schiavone e Vinci, con queste ultime che potrebbero teoricamente incontrarsi nei quarti se vincessero anche al prossimo turno). Tre soltanto le statunitensi ancora in gara Davenport, Granville e Serena Williams). Francia, Spagna, Repubblica ceca, Belgio e Svizzera hanno due giocatrici ciascuna. Con una rappresentante ci sono Croazia, Slovacchia, Ucraina, Svezia, Giappone, Olanda, Australia e Austria.
Intanto Flavia Pennetta (foto) è l'unica azzurra iscritta al torneo di doppio misto. A far coppia con lei ci sarà il fidanzato, lo spagnolo ex n.1 del mondo Carlos Moya. Al primo turno i due affronteranno la coppia formata dall'australiano Wayne Arthurs e dalla giapponese Ai Sugiyama. La qualificazione al terzo turno, la prima in carriera, permetterà a Pennetta di migliorare il suo best ranking e di avvicinare le top 15 nella prossima classifica Wta.
7,5 milioni spesi bene
di Marco Lombardo
Sapete ormai tutto: i diritti tv sono ormai la cosa più importante del calcio, un business che ha stravolto la vita degli italiani in poltrona. Bella vita - direte voi - quando c'era il teatrino di Paolo Valenti. Bella vita sapere che i gol della serie A vanno in onda su RaiUno alle 18, massimo 18,10: è una tradizione praticamente come il panettone a Natale. Poi arriva improvvisamente la pay tv: pagare per vedere? E perché mai? Non c'era la sintesi della partita più importante? Ma no, tutto cambia: ecco allora posticipi, poi pure l'anticipo, anzi due. Che confusione, meno male che resta <Novantesimo Minuto>...
E invece no, sapete tutto: quei cattivoni di Mediaset si soffiano pure la messa calcistica, e la Rai resta senza nulla in mano. Anzi, ecco la rivincita: 7,5 milioni per i diritti della serie B, vi facciamo vedere noi come mettiamo su un nuovo prodotto, vi faremo vedere noi cosa sappiamo fare. Sono soldoni, ma è un bell'investimento. Vabbè: Galeazzi biascicante extra large, Fascetti seduto come in poltrona, Claudio Sala che è rimasto là sulla fascia, però il fascino della B sul satellite... Quello di stasera, ad esempio: c'è Catania-Cesena? Beh, noi mettiamo come campo principale Vicenza-Pescara, sotto la neve fa un bell'effetto. E poi, ecco finalmente il colpo di scena, quello atteso da inizio stagione: di tanto in tanto, tra una bulgara sigletta e l'altra, ecco che arriva il gol, quello della svolta. Italia-Portogallo 1-0. Cosa dite? Cosa quello che era un gol di una partita di calcio a 5, amichevole per giunta? Che diamine, la Rai è cambiata: siete rimasti proprio ai vecchi tempi voi...
Una mela su Roma
di Marco Lombardo (da <Il Giornale> di oggi)
La risposta è unica, anzi sono due: Roma Est, entro il 2006. Impossibile superare il muro di segretezza imposto come filosofia da Steve Jobs, ma la notizia è che Apple aprirà il primo grande punto vendita del continente, Regno Unito escluso. E per farlo ha scelto l’Italia.«Stiamo concludendo l’operazione» ha detto lo stesso Jobs martedì scorso, collegato via satellite da San Francisco per uno dei suoi ormai celebri keynotes. L’occasione era la presentazione dei primi computer usciti da Cupertino con un processore Intel nel motore, il Dual Core esattamente, e l’impressione è stata notevole perché le nuove macchine - oltre al solito stile tecnologicamente artistico - sono indubbiamente estremamente veloci. Così, quelli che i puristi di Apple giudicano quasi un sacrilegio, si sta trasformando nell’ennesimo affare per Steve Jobs che nel giro degli ultimi tre anni ha sbancato il mercato dei lettori Mp3 (l’iPod ha conquistato l’87 per cento del mercato e ne circolano al mondo più di 41 milioni di esemplari), aggiungendo ricavi monstre ad ogni quarto di bilancio: l’ultimo, quello conclusosi a fine 2005, ha segnato il conto di 5,7 miliardi di dollari, che su base annua vuol dire più 63 per cento.
Così ecco che i nuovi computer, l’iMac G5 soprattutto il nuovo notebook MacBook Pro, nati con la filosofia del tutto incluso, fanno salire le aspettative di Borsa (il titolo è intorno agli 80 dollari ma gli analisti fissano il buy a 105) e soprattutto spaventano il mercato. Dunque Microsoft si butta nello sviluppo del nuovo sistema operativo Vista, ma comunque firma la pace armata col «nemico» accordandosi per altri quattro anni durante i quali sarà ancora disponibile il software Office per Mac. Di più: Jobs parla di «universalità» e annuncia i primi programmi disponibili sia per «power pc» che per Mac, mettendo fine insomma a quei mondi separati in cui fino ad oggi sono vissuti i computer di tutto il mondo. È l’inizio, dunque, di una nuova era anche per Apple. E per i festeggiamenti l’appuntamento è a Roma.
Nero e bianco
di Marco Lombardo (da <Il Giornale> di oggi)
Uno nero e ha 19 anni, l’altro è bianco e ne ha uno di meno. Uno è feroce e determinato, l’altro colpisce più gentile ma non lascia scampo. Uno è francese e si ispira a Noah, l’altro è britannico ed è l’erede di Henman. Uno è Gael Monfils, l’altro è Andrew Murray, i due uomini copertina della stagione del tennis che si apre stanotte (da noi sarà l’una) a Melbourne con il primo Grande Slam della stagione. Ecco insomma gli Australian Open, non ci sono Nadal e il campione uscente Safin - entrambi infortunati -, c’è il solito Federer che alla conferenza stampa della vigilia ha ammesso candidamente di non avere la minima idea di chi sia il suo primo avversario, l’uzbeko Denis Istomin: «Non so neanche se sia destro o mancino. Che dire: lo scoprirò in campo». Ci sono anche ben dodici italiani in tabellone e poi appunto ci sono loro, Monfils e Murray, sui quali è gia stata costruita la rivalità del futuro. Il primo, Gael, è un francese col papà di Guadalupa e già da juniores ha raccolto tre quarti del Grande Slam, perdendo solo in finale negli Us Open. È un tipo timido fuori dal campo, micidiale dentro e un paio di settimane fa, a Doha, è arrivato fino a giocarsi il titolo con Federer, ovviamente perdendo. «Ma da quella partita ha imparato molto», racconta il suo tecnico Thierry Champion, perché lui, Monfils, non è uno che parla tanto. Viaggia infatti sempre con le cuffiette dell’iPod nelle orecchie e spesso, quando gioca a Parigi, con una telecamera al seguito, perché i francesi su di lui hanno fatto una scommessa: arriverà nei primi 5. Per il momento è venti posizioni più in basso, Champion giura che ha «un cuore grande così ed è per questo che la gente parteggia per lui quando lo vede giocare» e soprattutto dice che Gael non tradirà la fiducia dei francesi: «È un ragazzo che non dice mai bugie. Anche quando fa qualcosa che non dovrebbe, il giorno dopo me ne parla». Intanto il suo obbiettivo è di arrivare alla seconda settimana del torneo: «Lascerà tutti senza fiato».
L’altro, Andy Murray, è il classico ragazzo scozzese pieno di buona educazione stretta tra le (grandi) orecchie. La sua storia nasce da una tragedia, dieci anni fa, nella scuola di Dunblane quando Thomas Hamilton entrò pistola alla mano e uccise 16 studenti. Andrew c’era, qualcuno lo spinse dentro alla stanza del preside e gli evitò di finire dritto dentro il massacro. Ma lui sente ancora quei colpi («Avevo solo otto anni, ma ricordo ancora quel ragazzo: lo conoscevo») e soprattutto sa di avere una missione: «Quando vinco so che la gente di Dunblane ha un motivo per sorridere». In più ha le idee molto chiare: viene da una famiglia di sportivi, ha giocato a calcio nelle giovanili dei Glasgow Rangers, ha scelto il tennis perché «non voglio sembrare arrogante, ma il mio primo traguardo era raggiungere la classifica che aveva Federer alla mia età». Roger - l’extraterrestre - era numero 64, Andrew - l’ambizioso - ora è salito al 62. Così a Melbourne si appresta ad incontrare al primo turno l’argentino Chela, uno tosto. Ma la cosa non sembra sconvolgerlo: «Alla mia età perdere non è un dramma. L’importante è imparare la lezione per il futuro». Insomma, niente paura. Anche perché, sopra i campi da tennis di Stirling dove di solito si allena quando è a casa, c’è stampato un editto di William Wallace. Braveheart, insomma.
Il terzo comodo
di Stefano Olivari (www.indiscreto.it)
Se Moratti vuole andare avanti per decenni a superare i Parma della situazione, con i Giannoccaro della situazione che fingono di non vedere i falli da rigore dei Materazzi della situazione sui Ruopolo della situazione, allora questo è davvero il suo calcio ideale: perché quindi rifiutare l'alleanza economica con Milan e Juve? Lo ha fatto capire lui stesso in una interessante intervista concessa a Fabio Monti del Corriere della Sera, prima affermando l'ovvio (cioè che la gente si abbona alle pay tv soprattutto per tre squadre) e poi il meno ovvio, sostanzialmente stroncando sul nascere qualsiasi tentativo di metterlo a capo di una ipotetica rivoluzione, quella che su posizioni diverse vedrebbe dalla stessa parte della barricata Zamparini, Della Valle e Garrone. Insomma, al maggiore azionista dell'Inter questo sistema va bene così com'è: e se il giocattolo gli costa mediamente una quarantina di milioni l'anno, fra ricapitalizzazioni e frattaglie varie, non gliene può fregare di meno. Lui quei soldi li ha e ne avrà sempre di più, a meno che l'auto a idrogeno prenda piede (in tal caso fallirebbe prima lo Stato italiano della Saras, visto il peso delle imposte nel prezzo finale di benzine e combustibili vari) : e se può opzionare tutti i Vucinic, i Sobis e i Maicon di questo mondo, non può spingersi fino all'ingaggio dell'appestato (la Gea ci ha provato, ma...) Cassano, dal cartellino praticamente gratis ma dalle tante controindicazioni (ultima ma non ultima la collocazione fissa di Recoba in tribuna). Comunque continua a divertirsi, trasformandosi sempre più in un Gattopardo alla milanese, gentile ed educato (''Moratti è un signore'': dite la verità, l'avete già sentita...), che guarda con ironia e leggerezza tutti questi presidenti emergenti che si sbattono, non avendo ancora capito come gira il mondo. Ma il discorso contro lo stadio virtuale (il 18% degli incassi, da stadio o da pay-tv, che viene dato alla squadra in trasferta), forse orecchiato da altri, rischia di essere un boomerang, visto che televisivamente Reggina-Inter vale molto di più di Inter-Reggina. Peccato che il problema non sia solo quanto incassare, ma anche quanto si spende e soprattutto come. Discorsi vecchi, come quelli sul potere politico-calcistico: in realtà i due compari non avrebbero potuto trovare un terzo socio migliore. Uno che pompa quasi cento miliardi delle vecchie lire l'anno nelle casse del sistema, tiene le medio-piccole società al loro posto, non si arrabbia più di tanto quando non vince e si scusa con i dirigenti in teoria avversari (alcuni dei quali gli si offrono...) quando il suo allenatore fa dichiarazioni che farebbe qualunque persona che non abbia bisogno di lavorare per vivere e di Moggi per allenare. Del calcio il terzo comodo non si è ancora stancato....
Leoni d'Australia
di Marco Lombardo (da <Il Giornale> di oggi)
Le storie sono più o meno le stesse: pane e tennis. Quello che hanno mangiato Andreas Seppi e Francesca Schiavone, gli eroi di un giorno da leoni (e da Leonessa) che promette di non rimanere isolato. Così, alla vigilia degli Australian Open che partono dopodomani, l’Italia si presenta finalmente unita e determinata. E la
sensazione stavolta è che il tennis italiano faccia proprio sul serio. Riassumendo: dopo la semifinale di Doha sul terreno nemico (il veloce) di Volandri e la finale persa dall’altra parte del mondo dalla Pennetta appena reduce da aver battuto la resuscitata Hingis, ecco che appunto alle porte del primo Slam della stagione Seppi e la Schiavone si ritagliano una giornata di gloria al Medibank International di Sydney. Il primo, soprattutto, entra in semifinale dopo aver eliminato Lleyton Hewitt, l’idolo di casa, superato 4-6, 7-6, 7-6 dopo aver salvato due match point nel secondo set. Una sorpresa forse ma quasi, perché Seppi è l’uomo, il ragazzo, che ha guidato l’Italia in Davis contro la Spagna battendo il campione del Roland Garros 2003 Juan Carlos Ferrero: 21 anni, testa, diploma e angoli da ragioniere, sogna una carriera da campione e il risultato di ieri è solo l’ennesima conferma. «È il mio grande giorno - ha detto alla fine -, lui avrà fatto anche tanti errori ma per me è un risultato importante». E soprattutto atteso, almeno dal suo coach Massimo Sartori che con la moglie Lisa - fisioterapista - lo ha cresciuto tra la neve di Caldaro, in Alto Adige, da quando aveva dieci anni e una racchetta piena di certezze. Dice il tecnico: «Andreas ha la testa solo per il tennis, in questo senso è davvero tedesco. Non ha mai saltato un allenamento, non si è mai lamentato, ha sempre seguito i consigli. Il suo obbiettivo è tra i primi dieci, lavorerà duro per questo». Infatti adesso, da numero 60 al mondo, ha battuto il numero 4 ed oggi in semifinale affronterà il numero 26, il russo Andreev: per la matematica del tennis si tratta insomma un altro gradino importante.
Poi c’è Francesca Schiavone: lei tra le grandi c’è già da un po’ e da quando Silvia Farina ha deciso di ritirarsi per giocarsi un posto da mamma sembra quasi si sia definitivamente sbloccata. Da Milano ha fatto il giro del mondo prima di trovarsi numero 15 delle classifiche, è stata anche due posizioni in su, di sicuro è in finale a
Sydney dove ha battuto 6-4, 6-3 la ceca Vaidisova, quella che molti indicano come la nuova Sharapova. Francesca sfiderà ora la belga Henin, un’altra (ex) numero uno, senza le incertezze che per anni l’hanno frenata assieme a quel carattere scontroso che per un po’ l’ha divisa dal resto del mondo tennistico. Ora però è tutto diverso, in Italia è già la migliore, nel circuito mondiale è una di quelle che a nessuno piace incontrare e a 25 anni «è l’ora di raccogliere risultati». Era questo il suo messaggio di inizio stagione, quello di una ragazza che un giorno ha confessato che lei, nella vita e nello sport, voleva sentirsi «come Sampras». Per il momento, semplicemente da Schiavone, si gioca il primo titolo del 2006. Poi ci sarà Melbourne, ma intanto - con lei ma non solo - l’Italia sembra aver trovato la ricetta giusta. In fondo sembrava troppo semplice: pane e tennis.
Aggiornamento delle ore 13.15: Seppi ha perso in semifinale contro Andreev 6-2, 2-6, 6-2. La Schiavone è statra battuta in finale dalla Henin 4-6, 7-5, 7-5. Nel terzo è stata avanti 5-3, sarebbe stato il suo primo successo in un torneo Wta.
Il migliore possibile
di Marco Lombardo
Di George Best ormai si è detto e - soprattutto - ridetto tutto. Interessante però è il tema sollevato da un lettore della rivista inglese FourFourTwo che, a proposito della vita genio e sregolatezza del quinto Beatles, si è chiesto ed ha chiesto: <Siamo proprio sicuri che quella di Best sia una vita buttata via?>. In pratica il lettore in questione cita gli anni d'oro con la maglia del ManU, nei quali oltre ai successi sportivi Best ha raccolto successi personali incredibili. Certo - dice - ci sono anche gli eccessi, quelli che poi hanno portato alla morte prematura del campione. Però c'è una giovinezza vissuta intensamente, sempre al limite ma sempre al top. C'è una vita da campione e di uomo rappresentata dalle centinaia di migliaia di persone che si sono riversate per le strade nel giorno del suo funerale.
Questa insomma è la domanda: meglio una vita breve e intensa alla George Best o una lunga e anonima di che Geoge Best non è? Il mio non è certo un invito a stravolgere le regole (per capirci, faccio parte - e convintamente - della seconda categoria), ma è una proposta di riflessione per capire dove il giudizio comune debba spingersi senza diventare arrogante. Insomma: forse sarebbe bastata qualche bicchiere in meno. Ma chi di noi non avrebbe voluto sentirsi Best per un giorno?
Il digitale molto terrestre
di Marco Lombardo
La notizia è che l'unica tv di sport in chiaro presto chiuderà. Sugli intrecci politici-finanziari dell'operazione Sportitalia rimando all'interessante articolo di Stefano Olivari su Indiscreto . Per quanto riguarda invece la tv in senso stretto ecco che si avvicina la morte definitiva di una tecnologia non ancora sbocciata e sulla quale si fanno grandi affari futuri. Perché, guarda caso, Tarek Ben Ammar - annunciando la prossima chiusura di Sportitalia <analogica> (cioè visibile a tutti con una normale antenna) - è andato a rivendere il segnale a Sky (cioè sul satellite) restando molto vago sul futuro dei due canali ancora aperti sul digitale terrestre (SiLive e SiSolocalcio).
In pratica: Sportitalia ha comprato i diritti per anticipi e posticipi per il digitale terrestre e ora li manderà in onda anche sul satellite, favorendo cioè un'azienda che i diritti non li aveva voluti. Stranezze del nostro calcio, niente di male in fondo. Se non fosse però che questa decisione di favorire il satellite e l'incertezza sul futuro del digitale terrestre non spiegano le centinaia di milioni di euro che le grandi società italiane stanno prelevando dalle casse di Mediaset. Perché a fronte delle centinaia di canali (e alla tecnologia) che offre il satellite, il digitale terrestre è nato e sta crescendo (molto poco) solamente per le smanie di tifosi e operatori del pallone. Se non ci fosse una legge (che la sinistra, se andrà al potere, cambierà prontamente) che obbliga a passare a una tecnologia limitata e senza grande sviluppo, nessuno si metterebbe a correre per comprare i decoder, venduti tra l'altro grazie a incentivi statali che ne hanno azzerato il prezzo. E venduti in numero molto inferiore a quanto preventivato.
Lasciando stare la polemica sul conflitto d'interessi (abbastanza ridicola, visto il numero di decoder venduti dall'Amstrad di Paolo Berlusconi) e accantonando anche i soliti intrecci Stato-Mediaset-Milan-Lega calcio-Juventus-Federazione che ormai sono materia possibile per il Bersaglio della Settimana Egnigmistica, la realtà più evidente è che nessuno crede veramente nel digitale terrestre, se non per spremere un limone già tagliato. Così Sportitalia esce da una nicchia che si era sapientemente costruita e si offre al satellite, dove Murdoch se ne sta in disparte aspettando che finisca il giro di milioni. E mentre la serie A si affretta a raccattare soldi, Sky attende il momento giusto per raccogliere i cocci. Perché a meno che non pensiate un domani di vedervi una partita su un telefonino (a che costo, poi?) lasciando spento il vostro televisore al plasma, a un certo punto tutto tornerà sulla terra, anche i prezzi. E allora riaccenderemo il satellite.
Tutti al casting
di Marco Lombardo
Ora che il caso Cassano si avvia alla conclusione attesa da almeno tre mesi, forse il calcio italiano dovrebbe chiedersi come si fa a far scappare un talento di 23 anni seppur spesso rovinato dalle sue stesse cassanate. Insomma: la Roma che c'era e che è sparita con l'addio a Capello non ha saputo trovare niente di meglio che tenere il secondo miglior giocatore della squadra (o forse il primo?) in panchina per punizione perché <non credeva nel progetto>, mentre le altre squadre di progetti sembra ne avessero proprio. E se la Juve, in effetti, di Cassano ha dimostrato di non averne bisogno, non ci si spiega perché il Milan ma soprattutto - e ovviamente - l'Inter non abbiano fatto una seria concorrenza al Real.
In pratica: 5 milioni di euro magari in due rate è la minima parte (quasi un quinto) di quanto Berlusconi ha pagato quest'anno - e senza concorrenti - al Parma per avere Gilardino. E 5 milioni di euro è più o meno quanto paga Moratti perché uno dei suoi giocatori migliori abbia una casa di suo gradimento. Eppure alla fine Cassano andrà a Madrid e il campionato più bello del mondo perderà un altro pezzo.
Dopodiché i signori della Nba del calcio, non certo il solo presidente Adriano Galliani ma anche quelli che parlano di opposizione al regime, sono troppo presi a contare l'ultima spremitura dei diritti tv per pensare al prodotto da metterci dentro. Dopo aver pensato a tv satellitari, terrestri, a telefonini, cavi, internet, la nostra Lega è ancora convinta che il futuro sia d'oro e che la gallina sia piena di uova. Poi, intanto, negli stadi si registra un calo vertiginoso di spettatori: ma siccome tanto ormai le partite si vedono tutte in tv, ecco che magari da domani il calciomercato si farà con il casting, volendo con la regia di Fatma Ruffini. E Cassano? Beh, con tutti quei bitorzoli in faccia...